ARTICOLO
In Svizzera, dove molte aziende operano con strutture IT snelle ma dipendono sempre più da sistemi digitali, servizi cloud e filiere internazionali, anche poche ore di fermo possono avere conseguenze rilevanti: processi bloccati, dati non disponibili, ritardi nei servizi e perdita di fiducia da parte dei clienti.
Attacchi informatici, errori umani e guasti infrastrutturali non sono più eventualità remote. Parallelamente, la crescente attenzione alla protezione dei dati e alla resilienza digitale sta spingendo le organizzazioni a ripensare il proprio approccio alla continuità operativa, anche alla luce del quadro normativo svizzero e degli standard internazionali. In questo scenario, il disaster recovery non può più essere considerato soltanto una soluzione tecnica da attivare in caso di emergenza. È una strategia costruita attorno al business, che stabilisce quali processi ripristinare per primi, in quanto tempo e con quale perdita di dati accettabile.
Perché oggi la domanda non è più soltanto come proteggere sistemi e dati, ma quanto velocemente l’azienda sarà in grado di ripartire.
Continuità operativa come requisito strategico e, in alcuni settori, normativo
La capacità di garantire la continuità dei servizi non è più soltanto una buona pratica IT, ma un elemento centrale nella gestione del rischio aziendale.
In Svizzera, la normativa sulla protezione dei dati, gli obblighi previsti per le infrastrutture critiche e le disposizioni applicabili ai settori regolamentati rafforzano l’attenzione verso la sicurezza, la disponibilità e la resilienza dei sistemi. A questi requisiti si aggiungono standard internazionali, obblighi contrattuali e, per le aziende inserite in gruppi o filiere internazionali, le possibili ricadute delle normative europee.
Disaster recovery e business continuity diventano quindi strumenti essenziali per tutelare l’operatività aziendale e rafforzare l’affidabilità e la fiducia verso clienti, partner e stakeholder.
Le metriche di recovery devono riflettere il valore del business
Ogni strategia di disaster recovery efficace parte dalla definizione di obiettivi chiari e misurabili, in particolare rispetto ai tempi di ripristino e alla perdita di dati accettabile. Questi parametri non possono essere stabiliti in modo generico o esclusivamente tecnico, ma devono essere correlati alla criticità dei processi aziendali. Non tutti i sistemi hanno infatti lo stesso valore per il business e non tutti richiedono gli stessi livelli di disponibilità e protezione. Comprendere quali attività siano realmente prioritarie permette di progettare soluzioni coerenti, evitando sia investimenti sovradimensionati sia livelli di protezione insufficienti.
Il modello ibrido può abilitare una resilienza più flessibile
Non esiste un unico modello infrastrutturale valido per tutte le aziende. In funzione della criticità dei processi, dei requisiti di protezione dei dati, delle prestazioni richieste e degli obiettivi di recovery, un’architettura ibrida può offrire un equilibrio efficace tra controllo, flessibilità, compliance e costi.
L’integrazione tra infrastrutture locali, data center e piattaforme cloud consente di adottare strategie evolute, come la replica geografica, il failover distribuito e l’utilizzo del cloud come ambiente di recovery. L’efficacia del modello dipende tuttavia dalla capacità di governare e orchestrare in modo coerente i diversi ambienti, evitando complessità operative, dipendenze e nuovi punti di vulnerabilità.
Il valore non risiede quindi nella singola tecnologia scelta, ma nella progettazione di una strategia di resilienza coerente con le priorità del business.
Il punto di vista dell’esperto
Nella pratica operativa, la differenza tra un piano di disaster recovery teoricamente corretto e uno realmente efficace risiede nella capacità di adattarlo alle caratteristiche e alle priorità specifiche dell’azienda.
Non esiste infatti un unico modello infrastrutturale valido per tutte le organizzazioni. Approcci esclusivamente on-premise o completamente cloud possono non rispondere in modo ottimale a tutte le esigenze di resilienza, prestazioni, controllo e compliance, soprattutto in presenza di sistemi eterogenei, workload con differenti livelli di criticità o particolari requisiti di protezione dei dati.
In questi scenari, un approccio ibrido può offrire maggiore flessibilità, integrando data center, infrastrutture locali e piattaforme cloud all’interno di un ecosistema coerente. In questo modello:
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i workload più critici possono rimanere on-premise o all’interno di data center dedicati, garantendo controllo e prestazioni
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il cloud può essere utilizzato come piattaforma di estensione, replica e recovery
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la distribuzione geografica e tecnologica contribuisce a ridurre il rischio di single point of failure
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risorse e livelli di protezione possono essere differenziati in base alla criticità dei processi aziendali
Questo approccio consente di sviluppare strategie di disaster recovery più flessibili e sostenibili, capaci di rispondere sia a guasti circoscritti sia a incidenti più estesi, mantenendo un equilibrio tra costi, livelli di servizio e tempi di ripristino.
L’efficacia del modello dipende tuttavia dalla capacità di governare e orchestrare correttamente i diversi ambienti. La maggiore complessità deve essere gestita attraverso responsabilità chiare, procedure documentate, monitoraggio continuo e test periodici dei piani di ripristino. La lezione più importante è che il valore non risiede nella scelta di una singola tecnologia o di un determinato modello infrastrutturale, ma nella capacità di costruire una strategia di resilienza coerente con le priorità del business.
Un disaster recovery efficace non è quindi una semplice soluzione tecnologica, ma un processo continuo che combina infrastruttura, governance, competenze e verifiche periodiche per garantire una reale continuità operativa.
Takeaway
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La continuità operativa è una priorità strategica e non più un tema esclusivamente tecnico
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Le scelte di recovery devono essere guidate dal valore e dalla criticità dei processi aziendali
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Un modello ibrido, quando coerente con le esigenze dell’organizzazione, può bilanciare controllo, prestazioni, costi e resilienza
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La capacità di governare e orchestrare ambienti diversi determina l’efficacia reale del disaster recovery
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La tecnologia è soltanto una componente: governance, responsabilità chiare e test periodici fanno la differenza tra un piano scritto e uno realmente funzionante